Veronica Dambr

Non lasciare che i tuoi sogni restino solo sogni...
Dieci minuti al giorno possono cambiare la propria vita

Dieci minuti al giorno possono cambiare la propria vita

“Dieci minuti al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi. Per smettere di avere paura. E tornare a vivere.”

Scrive questo Chiara Gamberale nel suo libro intitolato Per dieci minuti. un romanzo in cui la scrittrice si racconta dopo un periodo intenso segnato dalla perdita del suo lavoro, dal trasferimento a Roma e dal suo matrimonio che stava giungendo al capolinea. Ma dopo ogni periodo incerto, se ti aiuti, può sempre tornare il sole nelle proprie vite attraverso il tempo. Quei dieci minuti al giorno, un gioco proposto dalla sua psicologa per distrarre la mente dalla tristezza e per invogliarla a prendere in mano la sua vita, in realtà stavano cambiando Chiara nel profondo.

Io invece mi chiamo Veronica, ho ventidue anni e la mia vita si è messa in aspettativa da una me stessa che non vuole crescere e dai miei drammi che non riescono a risolversi mai in breve tempo.

In tre anni, dal 2014 al 2017, ho perso i miei amici, non sono più andata a trovare mio padre e mia sorella, dovevo già essere a buon punto con gli esami universitari e ho portato avanti una relazione insoddisfacente.

L’ansia aveva preso il sopravvento insieme agli attacchi di panico che mi svegliavano nel cuore della notte mentre scoppiavo in lacrime, avevo il terrore di affrontare un esame orale all’università e ho dato molta importanza al giudizio degli altri tralasciando ciò che io pensavo di me stessa che, nel frattempo, ero ingrassata di ben 16 chili.

Dal 2017 al 2018 ho deciso di prendere in mano la mia vita che stava naufragando verso gli abissi più profondi di un oceano sperduto d’amarezza. Ho fatto qualche seduta da una naturopata, ho divorato libri di programmazione neuro linguistica, ho perso quei chili in più, ho preso 30/30 agli ultimi quattro esami orali, ho finalmente decretato la fine della mia relazione e ho ripreso i contatti con la mia famiglia. Sembrava stesse andando tutto a gonfie vele, ma forse è accaduto tutto così velocemente che non ho retto all’impatto.

Quella era la mia esistenza, ma la guardavo come se fosse un film. Io non c’ero. Io non provavo più nulla. Né gioia, né tristezza, né rabbia, né serenità. Era tutto piatto.

Così, per ripristinare l’equilibrio, all’infinita serie di pieghe che stavano prendendo il verso giusto ho deciso di punto in bianco di inserire una cazzata. Che poi, ad oggi, non so se sia stata proprio una sciocchezza, uno sbaglio, qualcosa da non fare. Ma questo dettaglio ha fatto soffrire una persona a cui volevo bene solo perché ho inseguito colui che si è rivelato essere un pugno di mosche.

La verità è che sono stanca, è che mi sento sempre fuori posto, è che io non so più provare emozioni o, per lo meno, le canalizzo nel modo sbagliato.

Poi qualche settimana fa ho iniziato a leggere “per dieci minuti” un libro che si è rivelato essere la chiave di svolta alla mia esistenza apatica.

Allora ho deciso di giocare anche io dieci minuti al giorno facendo qualcosa di nuovo per un mese.

Questa che segue è la mia prima settimana.

 

Giorno 1 – 4 agosto 2018 –Sabato

“Sono proprio sicura di voler fare questa cosa? Cos’è che non farei mai in vita mia? Correre! Ok allora Veronica. Ora ti alzi dal divano, togli il pigiama, indossi la prima cosa che capita ed esci di casa. Senza pensare! Che se ci pensi troppo poi non lo fai più. ti conosco. Dai su, muoviti.” È stato questo il mio soliloquio alle 15.30 del pomeriggio dopo uno dei soliti temporali estivi nel salento.

Ho indossato le mie nike fucsia, un outfit completamente nero e un viso pallido e struccato.  Ho preso le chiavi di casa, ho salutato il gatto e mi sono immersa in un gomitolo di viuzze che da casa mia porta in campagna tra muretti a secco, “furnieddhi” e cactus. Umidità al 52%, sole accecante e neanche un filo di vento che per pietà mi accarezzava la fronte. Strade deserte. L’unico rumore proveniva dai miei passi, dal mio affanno e dai grilli che cantavano tutt’intorno. Sono passata accanto ai luoghi della mia infanzia: la casa del mio migliore amico che se mi avesse vista in quel momento mi avrebbe detto “tu sei tutta matta”, le scuole elementari, le medie e l’asilo, la villa dei miei nonni, la piazzetta in cui ho fumato la prima sigaretta e il parchetto in cui portavo il mio cagnolino a passeggiare. Sono passati veloci tutti i ricordi che avevo con persone che non fanno più parte della mia vita, ma invece di sentirmi angosciata come mio solito quando mi vengono a trovare questi pensieri, in realtà mi sono sentita stranamente gioiosa. Mi sono fermata a scattare qualche fotografia saltando nelle pozzanghere di terra rossa, mentre qualche strano insetto si appiccicava sui miei pantaloni e ho continuato a correre verso la chiesetta della madonna della consolazione dove mi rifugiavo quando ero adolescente per trovare un po’ di pace.

La meta era ancora lontana, il caldo insopportabile e non avevo portato neanche un goccio d’acqua. Se fossi svenuta in quel posto isolato dal mondo non so come avrei fatto. Ma non era quello il momento per arrendersi, dovevo proseguire. Certo, i miei dieci minuti li avevo superati ormai da mezz’ora, ma dovevo continuare perché ad attendermi in quella chiesetta, me lo sentivo, c’era qualche messaggio destinato a me.

Ed effettivamente quando sono arrivata, dopo aver fatto il segno della croce e lasciato un offerta questa volta senza chiedere nulla alla santa, di fronte al portone d’ingresso, accanto alla panchina c’era un cartello che recita un inno al podista:

“Lui corre, mentre scorrono i pensieri cadenzati con i passi che ingoiano l’asfalto. Lui corre, impregnato di sudore abbracciando caldo, vento, pioggia e gelo. Lui corre, guardando la meta sfinito ma contento d’aver vissuto un libero e spensierato momento. Santa vergine della consolazione fa che nella magica quiete della corsa solitaria, possa temprare, oltre ai muscoli, lo spirito e renderlo libero come sorgente d’acqua e generoso come sole che scalda.

Era il primo segnale, dopo tanto tempo, che mi stava dicendo che forse stavo facendo la cosa giusta trovandomi al momento giusto e nel posto giusto. Ho iniziato a correre, ma questa volta verso me stessa. Verso tutte quelle Veroniche che in un mese sarei riuscita a esplorare. Ho imparato cosa significhi il termine “perseveranza” e se ce l’avessi messa tutta anche nel raggiungimento dei miei sogni, sarei riuscita ad affrontare qualsiasi ostacolo. Ecco, qualcosa dentro di me si era smosso. Valeva la pena andare avanti? Si, ne vale la pena.

Alla fine i miei 10 minuti sono durati un’ora.

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Giorno 2 – 5 Agosto 2018 –Domenica

Se c’è una cosa che non so fare è smettere di pensare. Rifletto sempre su qualsiasi cosa finendo per arrovellarmi il cervello su possibili parole che avrei potuto scegliere al momento giusto, su possibili esperienze che avrei potuto vivere se solo avessi fatto un passo in più superando le mie stupide e fragili paure, su possibili persone che avrei potuto conoscere se avessi avuto un po’ più di coraggio, su possibili sofferenze che avrei potuto evitare se solo mi fossi ribellata invece di stare zitta accettando tutto passivamente. Quindi mi sono chiesta se esistesse un metodo infallibile per arginare le mie infinite riflessioni per almeno dieci minuti. Lo yoga, ovvio!

Ho acceso il mio computer portatile, sono andata su youtube e ho fatto partire il video “Yoga per principianti: le basi” della durata di tredici minuti e ventitré secondi. Ho imparato che ci sono vari modi per sedersi a terra a gambe incrociate. Poi ho fatto la sequenza chiamata “saluto al sole” che prevede la posizione del Down dog, il plank pose e l’up dog. Fin qui tutto nella norma, più o meno. Cioè  in realtà non ho la più pallida idea di come io le abbia eseguite data la mia rinomata grazia elefantesca, ma andiamo avanti. Posizioni di equilibrio (e qui iniziano i guai): mountain pose e tree pose. Bene, ho capito che io e l’equilibrio siamo due linee parallele che non si incontreranno mai. Sono caduta. Poi abbiamo il Warrior I, il warrior II e il Warrior III. Posizioni che uniscono la flessibilità e l’equilibrio. Abbastanza faticose, soprattutto la terza (impossibile!). Ma le preferite della mia pigrizia restano le Posizioni sulla schiena:  Shavasana e Bridge pose. Non mi sono sentita più rilassata in vita mia dopo queste sequenze di yoga. Ero sdraiata a terra, sentivo solo il mio respiro e il mondo dentro la mia testa lo sentivo appena. Incredibile. Allora si può smettere di pensare! Allora posso smettere di riflettere sempre su qualsiasi cosa!

Sono stati i tredici minuti più produttivi per la mia mente maniaca del controllo. Fare yoga dovrebbe diventare una consuetudine, ma non su youtube perché fisicamente ho lo stesso torpore di una lumaca.

Giorno 3 – 6 Agosto  2018 Lunedì

Tutto l’universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.

È una frase di Paulo Coelho che mi ha sempre affascinato, non solo perché ha in sé qualcosa di mistico ma soprattutto perché ho avuto modo di sperimentarla da quando ho riposto lo scetticismo decidendo di credere che possa esistere qualcosa di ultraterreno che sfugge ai nostri occhi e alla nostra comprensione. Per tutto il resto, comunque, c’è una spiegazione scientifica data dalla fisica quantistica che prende il nome di “legge d’attrazione”. Essa permette di attirare a noi tutto ciò che vogliamo e che rispecchia il nostro sistema di credenze e i nostri schemi mentali presenti nel proprio inconscio. Anche le persone che incontriamo lungo il nostro cammino non sono mai casuali. Esse portano con sé un insegnamento, una svolta destinata alla nostra esistenza.

I miei dieci minuti del terzo giorno hanno rappresentato un bagno a mare di notte con mia madre. Mai fatto in ventidue anni di vita. né di notte, né con mia madre che avendo un ristorante a Gallipoli in spiaggia non ci va mai. Le notti in spiaggia le avevo sempre immaginate come qualcosa di “magico” del tipo: mare calmo e bollente, pesciolini che ti gironzolano intorno, un cielo stellato, le lanterne di carta che volano in alto e, sul più bello, i fuochi d’artificio. Neanche se fosse una scena da film. Sarà per il mio spirito poetico, sognante e romantico che tengo ben nascosto da occhi indiscreti (ho una reputazione da stronza senza cuore da difendere :P), sarà per tutti i libri che ho letto, sarà che avrei voluto vivere una vita diversa (e adesso più che mai)… ma io non mi aspettavo proprio che tutto ciò si manifestasse quella sera.

Sono arrivata in spiaggia, mi sono spogliata e sono entrata in acqua (caldissima) correndo.  Ho iniziato a nuotare fino alla prima boa bianca e voltandomi mi sono accorta di essere in mezzo a tante piccole spugne di mare che dopo un po’ sono scomparse. Mai viste e mai toccate prima. Ho fatto il morto a galla immergendo le orecchie nell’acqua e tendendo lo sguardo fisso sul cielo. È una delle sensazioni più belle. È come se fossi sottovuoto e ascoltassi soltanto il proprio respiro in modo amplificato. La luna non c’era e le stelle si vedevano chiaramente. C’era anche Marte che mi fissava da lassù! Sono rimasta così per un bel po’ di tempo. Come fanno quelli che non hanno il mare? A cosa o a chi affidano la propria tranquillità? Mentre mi lasciavo cullare dalle onde, proprio di fronte a me, i fuochi d’artificio. Centinaia di colori che si susseguivano nel cielo, uno spettacolo privilegiato solo per me. Beh almeno è ciò che mi va di pensare.

Sono riemersa dall’acqua lasciando i miei pensieri sul fondale e mi sono goduta lo spettacolo. Ho voltato per un attimo lo sguardo sulla mia sinistra e più in là, sulla battigia, due ragazzini che lanciavano in aria alcune lanterne di carta. Tutto come lo avevo sempre immaginato. Tutto come volevo che fosse.

Avevo attivato la legge d’attrazione senza neanche accorgermene o erano solo tutte coincidenze come la preghiera che ho trovato fuori dalla chiesetta? Non lo so, ma è stato tutto stupendo e per la prima volta mi sono sentita abbracciata dall’universo intero. Nel posto giusto al momento giusto. Per la prima volta. Magici questi dieci minuti che mi sto regalando!

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Giorno 4 – 7 agosto 2018 –Martedì

Da quando ho iniziato questo gioco mi sono accorta che i miei pensieri sono diventati più positivi e la mia anima si sta colorando di tranquillità.

Certo, qualche piccolo tormento persiste ancora. Sono sempre la maniaca del controllo che scruta l’ultimo accesso di whatsapp delle persone che continuo a stalkerare, però ho notato che non lo faccio più di frequente. Quindi dato che mi sono cucita addosso una nuova pelle, perché non decorarla con abiti che non contemplano il nero? Sono uscita di casa, per la prima volta, con una maglietta bianca, un paio di jeans color borgogna, le nike fucsia e un bel sorriso. Finalmente dimostravo la mia età. Inizialmente il disagio si è fatto sentire anche perché non ho la fisicità adatta per indossare una maglietta bianca come se nulla fosse, ma non me ne sono curata più di tanto e la sensazione è svanita al primo complimento che mi è stato rivolto “ehi Vero! Non ti avevo neanche riconosciuta. Hai una luce diversa!”. Una luce diversa, esatto.

È proprio questa la sensazione che mi pervade quando iniziano i miei dieci minuti.

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Giorno 5 – 8 agosto 2018 –Mercoledì

Non ho mai accentuato la mia femminilità, forse perché sono sempre stata insicura di quei chili in più che mi porto dietro dall’infanzia.

Ho sempre indossato i jeans e le t-shirt rigorosamente nere, scarpe da ginnastica e unghie mangiucchiate.

In compenso però mi sono sempre truccata. Solo da un anno (due estati) indosso qualche vestito. Ogni tanto faccio la ricostruzione alle unghie e anche in quel caso scelgo sempre il nero (o il rosso se è natale :P) ho una fissa con questo colore. Sui piedi non ho mai passato neanche lo smalto trasparente. Così, dato il mio appuntamento con i dieci minuti, ho preso uno smalto bianco e l’ho steso sia sulle mani (un disastro) che sui piedi. Sembrerebbe che ,come per magia, mi sto trasformando di giorno in giorno in una femmina. Dopo ventidue anni accade anche questo. O forse è normale, non lo so. La mia età la sento mia a tratti. Di solito io stessa me ne do il doppio, soprattutto quando mi metto a riflettere e mi perdo in discorsi che neanche un filosofo farebbe. Dunque è incontemplabile, per me, la possibilità di star ancora crescendo, maturando, evolvendo. È impensabile, a volte e per assurdo, che io possa ancora sbagliare, fare esperienza e sorridere dei miei “guai” giovanili.

Non so di preciso a cosa sia dovuto il mio modo di pensare, forse l’esser stata sempre interessata ai discorsi degli “adulti”, ai libri che continuo a leggere, alle mie contemplazioni solitarie, alla vita stessa che mi ha portato a crescere in fretta oppure alla mia naturale predisposizione nel sentirmi vecchia dentro, semplicemente.

Comunque sia, guardando le mie unghie bianche (quelle delle mani non sono durate neanche mezza giornata) ho ricordato a me stessa che la gioventù è uno stato d’animo. Basta solo farla riemergere dai labirinti intricati della mia anima in cui l’ho sepolta sotto macerie di preoccupazioni.

Giorno 6 – 9 agosto 2018 – Giovedì

Mia madre ripete sempre una cosa: “se andassi a vivere da sola finiresti per essere divorata dalla polvere e dimagriresti a vista d’occhio a causa della tua pigrizia”. Pensavo avesse ragione, potrei poltrire per mesi interi sullo stesso divano pur di non far nulla da mattina a sera. Ho imparato a parlare a tre mesi e a camminare a un anno e mezzo. Ero fatta così anche da piccola, insomma.

Ma, conosciamo noi stessi solo quando ci mettiamo alla prova e superiamo i nostri limiti. Così, per i miei dieci minuti, mi sono armata di padelle e bucatini per dar soddisfazione al mio stomaco.

Cipolla, guanciale, olio piccante, formaggio et woilà: l’Amatriciana più buona del mondo. Non soltanto perché l’hanno fatta le mie manine, ma perché era favolosa veramente. L’ho fatta assaggiare alla madre e il responso è stato : “cazzarola, più buona della mia!” e lei soddisfazioni non ne da mai, soprattutto in cucina.

Complimenti chef Veronica.

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Giorno 7 – 10 agosto 2018 –Venerdì

Non so stare senza tecnologia neanche per un quarto d’ora figuriamoci se si tratta di una giornata intera!

Cioè, sopravvivrei senza tv e senza computer, ma senza il mio iphone né ora, né mai. Allora quale sfida migliore per i miei dieci minuti che si sono trasformati, poi, in 24h? l’unica eccezione concessa era rispondere ai messaggi o alle chiamate “d’emergenza”.

Eh, ma come si occupa una giornata senza telefono, con 40 gradi all’ombra e senza macchina? Come facevano le persone prima che tutto ciò fosse stato inventato? Boh, mi sono messa a pulire casa nel silenzio più assoluto con qualche “miau” di sottofondo. la mia gatta odia che si tocchino le cose dentro casa o che si chiudano le porte.

Si dice che quando una Donna si mette a spolverare la casa, in realtà sta pulendo la propria mente da tutto ciò che pesa e la trattiene giù. E se si tinge anche i capelli allora è in atto una vera rivoluzione.

Sarà, comunque non mettevo ordine da un po’ di tempo e i miei capelli dopo un anno senza tinte avevano raggiunto un colore indefinito tra il rosso, il biondo e il castano. L’unico in grado di coprire quello scempio che avevo in testa, ovviamente, era il nero <3. Niente da fare, è il mio colore preferito.

Quella sera non sono uscita. Non solo perché non ho la macchina (in realtà ho una 500 rossa e nera parcheggiata nel garage ma che la madre non mi fa guidare perché mi teme e mi nasconde le chiavi) ma anche perché negli ultimi tempi non ho amici e non ho una vita. l’unica che mi sopporta è la mia gatta. Quindi l’ho presa in braccio e siamo uscite sul balcone a guardare le stelle sedute sul divanetto di fronte alla porta, con in mano un calice di vino bianco e nell’altra una sigaretta alla menta. Non speravo minimamente di vedere una stella cadente in paese e con le luci dei lampioni, ma all’esprimere un desiderio mica ci rinuncio! Quindi, fissando il cielo, mi sono messa a parlare. Non so di preciso con chi o con che cosa, ma ho iniziato a fare un po’ di spazio nel mio cuore cercando ciò che davvero è importante per me. Non scriverò i miei desideri, ma primo tra tutti capeggiava l’amore. Per me stessa soprattutto.

E nel mio lungo e incessante soliloquio con qualcuno di invisibile, mentre continuavo a fissare il cielo, eccola lì che mi sorprende. La mia stella. Veloce ma senza fretta mi passa davanti agli occhi e mi zittisce. Sorpresa. Silenzio. Lacrime. Sta volta di felicità. Commozione pura. Un’altra coincidenza? Possibile? È la terza da quando ho iniziato questo gioco. Forse non ha nulla a che fare con il magico o col divino, forse semplicemente non mi accorgevo di tutti i miracoli che avvengono ogni giorno nella mia vita perché troppo impegnata a sorreggere qualcun altro, a sfiorare il display del mio telefono, a preoccuparmi inutilmente sul futuro e sul tempo che passa senza dar peso alla qualità del tempo stesso. Bastano dieci munti al giorno per sorprendersi, per imparare qualcosa di nuovo o per riscoprire qualcosa che avevo dimenticato ed io avevo dimenticato me stessa, i miei anni, la mia giovinezza, il mio amor proprio. Che importa se sbaglio, se cado, se inciampo, se ferisco qualcuno senza accorgermene? Sto crescendo anche io e non posso farlo nella perfezione totale. Non posso precludermi la possibilità di sentire il dolore fin dentro le ossa o di procurarlo a qualcun altro in un momento di puro egoismo. Non posso controllare sempre tutto, ci sono cose destinate all’oblio. Se non ci fosse la notte avrei forse visto la mia stella? Mi sarei sorpresa così tanto? Mi sarei goduta davvero questi dieci minuti al giorno se non avessi attraversato su una zattera sgangherata il mio oceano nel periodo delle burrasche? Sarei qui a scrivere aiutando, forse, qualcuno?

È stato un momento, ne è valsa la pena.

Questi dieci minuti mi stanno salvando e me ne sto accorgendo solo ora.

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